pianosapianosa

VIAGGIO NELLE ISOLE IN GABBIA. RESTANO SOLO ZECCHE E INCURIA

Il Resto del Carlino, 21 marzo 2012

Fino agli anni settanta erano tutte accomunate da un'identica definizione: le isole in gabbia. Pianosa, Capraia, Gorgona, e dall'altra parte del Tirreno l'Asinara, quella specie di proboscide che si prolunga dalla Sardegna nord-occidentale alla Corsica. Oggi in gabbia c'è rimasta la sola Gorgona, peraltro colonia penale agricola da tempo in bilico tra rilancio e chiusura, perché mantenerla costa una tombola. Il costo, prima di ogni altra considerazione, ha portato alla chiusura delle altre isole carcere. E anche di recente, quando ancora sotto il governo Berlusconi si parlò di riaprirne almeno un paio - sempre Pianosa e l'Asinara - per far fronte all'emergenza delle carceri che scoppiano, è stato il conto dei costi più ancora delle proteste -vibratissime, invero - degli ambientalisti a bloccare tutto.

C'è anche chi ricorda che la gestione delle strutture carcerarie rimaste nelle isole dopo la loro chiusura, non è certo un modello di buon governo: a Capraia, chiusa da oltre vent'anni, è andato in malora un patrimonio inestimabile costituito anche da cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, pozzi artesiani che dissetavano l'intero paese, centrale elettrica e produzione agricola. A Pianosa siamo all'assurdo che coltivazioni modello alcune 'partite' sotto l'effimero regno di Napoleone e poi fiorite sotto il regime carcerario, sono state abbandonate alla siccità e al disinteresse, con la conseguenza che per alcune stagioni l'isola è impraticabile agli uomini perchè invasa da zecche e parassiti. Gorgona, l'unica che ancora è affidata alla cura dei detenuti, in confronto è il giardino dell'Eden.

Eppure tra le isole toscane in gabbia, Pianosa è quella più ricca non solo di storia, ma anche di possibilità: turistiche, ambientali, e per assurdo anche come carcere. Alcune delle strutture più recenti, create alla fine degli anni '80 quando fu trasformata in carcere duro per la delinquenza organizzata, sono state chiuse poco dopo essere state ultimate. E lo furono senza economie. Furono costruite addirittura nuove casermette per i carabinieri.

La maggior parte degli agenti sepolti nel piccolo cimitero si tolsero la vita e la vigilanza armata, fu istallato un radar per controllare i movimenti in mare tutto intorno, fu potenziata la stazione delle motovedette. Dal punto di vista logistico, Pianosa è quasi terraferma: c'è un braccio di mare di sole 6 miglia che la separa dall'Elba, cosa che d'estate si fa in un quarto d'ora di gommone. Le diramazioni sono in decadenza, ma un tempo hanno ospitato una popolazione fino a mille anime tra detenuti, agenti di custodia e famigliari di questi ultimi. C'era anche un abbozzo di piccolo paese, con una locanda, un ufficio postale, un negozietto di souvenirs. Negli ultimi anni fu rifatto anche il pontile per l'attracco del traghetto Toremar, che tutt'oggi vi scala.

Problemi per la riapertura del carcere? Un'infinità. Costi e opposizione dei pochi che ancora vi hanno radici, c'è il problema che Pianosa aveva valore come colonia agricola, ma come carcere puro sarebbe peggio della Cayenna: assolata e rovente d'estate, gelida d'inverno, il suo simbolo è il piccolo cimitero dove buona parte degli agenti che vi sono sepolti si suicidarono. Non per niente la chiamavano - e qualcuno la chiama ancora - l'isola del Diavolo.

Antonio Fulvi

torna indietro