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NEL CUORE DELL' EX ALCATRAZ DEL TIRRENO

Lisola 26 agosto 2003

Nel cuore dell' ex Alcatraz del Tirreno.
Sull'estremità di Punta Marchese resiste agli attacchi del tempo l'omonimo castello, stupenda e ampia costruzione edificata sul finire dell'Ottocento.
L'interno dell'isola, nel regno delle piante spontanee arse dal sole e dei cuscini di macchia mediterranea che sanno di sole e di sale, alla scoperta di piccole cale intessute di trasparenze d'azzurro e di smeraldo

La perfezione del porticciolo, il fascino della Specola (tra le più antiche costruzioni dell'isola), l'imponenza del Forte Teglia.

Entrando in Pianosa sono le prime strutture che catturano l' attenzione curiosa del visitatore, ma giusto il tempo di rendersi conto della superba bellezza del luogo e subito si svela un mondo che rende bene l'idea della vita che civili, agenti e detenuti vi conducevano.

Poco alla volta lo sguardo spazia alla ricerca di nuovi e continui punti di riferimento: la Casa dell'Agronomo, Cala Giovanna (originariamente Cala San Giovanni), la Villa di Postumo Agrippa poco lontana dall'Obelisco, più internamente la Chiesa e, poi, la cosiddetta "barriera" che ai tempi della colonia penale segnava il confine tra carcerati e "liberi", successivamente affiancata dall' orrenda struttura in cemento armato, eretta sul finire degli anni Settanta e passata alla storia come muro Dalla Chiesa, che interrompe la continuità di un abitato tutto sommato armonico e come un corpo estraneo s'insinua per circa un chilometro tra la vegetazione.

Oltre il muro, un ambiente e un paesaggio incredibilmente integri e straordinariamente suggestivi, che ci è stato concesso ammirare su autorizzazione del Parco nazionale e grazie alla collaborazione del Coordinamento Territoriale Ambientale del Corpo Forestale dello Stato, il quale ha messo a disposizione due agenti che per l' occasione si sono trasformati in ottimi e competenti ciceroni. La nostra escursione nel cuore dell'ex Alcatraz del Tirreno inizia con lo spostamento verso Nord, a Punta Marchese, praticamente l'osso della "bistecca". Contrariamente a quanto si possa pensare, l'interno è caratterizzato da una vegetazione rigogliosa, bassa e composta per lo più da ginepro fenicio, cisto, lentisco, elicriso. E' la tipica macchia mediterranea, affiancata in alcune zone dell' isola da alterne presenze di leccio e dall'introduzione del pino d'Aleppo. Profumatissimi cuscini di cespugliato e l'odore inebriante del salmastro ci accompagnano lungo la strada in terra battuta che in un battibaleno ci permette prima di fare tappa a Cala dell'Alga, poi a Punta del Grottone e, infine, a Punta del Marchese. Le acque che accarezzano le piccole anse che si aprono lungo la fascia costiera sono una sinfonia di colori e di trasparenze indescrivibile. Verde smeraldo e turchese si fondono in un'anima sola penetrando nelle rocce sedimentarie che rilucono in tutto il loro candore. Sull'estremità della Punta resiste agli attacchi del tempo il Castello del Marchese (anche se in evidente stato di degrado), stupenda e ampia costruzione edificata su finire dell'800 - ma terminata soltanto ai primi del secolo scorso - sui resti di una caserma militare eretta da Ferdinando III di Toscana nel 1818.

Inizialmente utilizzata come laboratorio batteriologico, in un secondo momento è stata adibita a sanatorio per i detenuti malati di tubercolosi. Siamo all'estremità del centro abitato e il panorama che si apre davanti agli occhi è spettacolare: alle spalle distese pianeggianti arse dal sole (in primavera veli e propri tappeti bianchi per la fioritura degli asfodeli) circoscritte dalle chiare geometrie dei muri a secco costruiti in pietra locale; di fronte tutte le tonalità dell'azzurro del mare aperto. A sinistra, l'antico porto romano, e poco più in giù, tagliato in due l'osso della "bistecca", il Belvedere, ovvero la piazzola panoramica realizzata dal Parco. La vegetazione continua ad essere bassa e si alterna ad ampie distese di piante spontanee che hanno ormai soppiantato i vecchi coltivi di graminacee, mentre la fascia costiera diventa sempre più imponente e ripida.

Le ultime tre tappe del percorso regalano la gradita sorpresa di entrare in confidenza con gruppi di pernici rosse, fagiani e upupe, per niente impaurite dalla presenza dell'uomo.

Neanche il tempo di riprendersi dall'euforia, che ci attende un altro spettacolo: la vecchia lavanderia interamente ricavata nella scarpata rocciosa che si affaccia su una piccola cala. Nota fin dall'antichità per le acque sorgive che sgorgavano rigogliose nella roccia, l'insenatura costituiva il punto di appoggio per i bastimenti che vi facevano tappa per il rifornimento idrico.

Infine l'eccezionale bellezza di Cala della Ruta e Cala del Bruciato, ultimi scorci di un paradiso in terra la cui salvaguardia e integrità si devono soprattutto alla presenza della colonia penale.

Cristina Cucca

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