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L'ISOLA IN SEMILIBERTA'. FINO AL 1998 COLONIA AGRICOLA PENALE

Gardenia agosto 2003

L'isola in semilibertà
Fino al 1998 colonia agricola penale, Pianosa è oggi zona di protezione speciale, nonché sito di interesse comunitario all'interno del Parco dell'Arcipelago toscano. Ma a chi appartiene veramente e, soprattutto, quale sarà il suo destino?

Entro il muro di cinta della casa, rosa screpolato e sbiadito dal tempo, le rose di Pianosa continuano a fiorire. Le famiglie non ci sono più, le case disabitate, il paese ha un aspetto diroccato, gli infissi sbattono. Il porticciolo invece accoglie con la sua nobile e silenziosa scenografia merlata che richiama modelli orientali e rinascimentali, e l'architettura pisana di fine Ottocento.

Il secondo direttore del carcere, il cavaliere Leopoldo Ponticelli, ne fu l'artefice. Sulla facciata della chiesa una lapide ricorda la detenzione a Pianosa di Sandro Pertini, che scontò una condanna a due anni di reclusione per antifascismo dal 1933 al '34. Una stalla abbandonata risalente agli anni Cinquanta, con accanto un silos e un caseificio, conserva ancora i nomi delle 60 mucche da latte, scritti con il gesso sopra una lavagnetta: Pia, Rita, Costanza... Dal 1998 la colonia agricola penale è stata dismessa. Esiste soltanto sotto forma di presidio carcerario: tre guardie penitenziarie, alcuni detenuti in semilibertà che gestiscono una cooperativa di ristoro, con la funzione di manutenzione delle strutture carcerarie esistenti.

Le scogliere dell'isola, mai calpestate da piede umano, sono ricoperte di fioriture che arrivano fino al mare. Pietre fiorite e boschive, rocce abitate da falco pellegrino, berta e gabbiano corso.

MA QUANTE ANIME HA QUEST'ISOLA, zona di protezione speciale e sito di interesse comunitario all'interno del Parco nazionale dell'Arcipelago toscano, non ché inserita nel sinistro elenco della Patrimonio SPA di Tremonti?, ci si chiede un po' disorientati di fronte alla molteplice ricchezza di segni che provengono da questo frammento di pianura nel mare, "Planasia", come era chiamata in epoca romana.

Straordinaria la sua origine: emersa dal mare per effetto di compressione e sollevamento, è una piattaforma di rocce sedimentarie e arenaria conchiglifera contenente fossili marini. Sede di comunità preistoriche e luogo di esilio di Agrippa, nipote di Augusto, Plinio il Vecchio la definì "ingannatrice dei naviganti": a causa della sua conformazione, di notte non poteva essere avvistata in tempo dalle imbarcazioni. A pochi metri dalla darsena si trova l'ingresso delle Catacombe, quasi sconosciute.

"Costa più dell'orzo di Pianosa", così un detto elbano, riferito al fatto che gli abitanti dell'Elba nel 1712 avevano ottenuto il permesso, recandosi in barca sull'isola, di coltivare grano, raccogliere sale e allevare cavalli. Nel 1849 gli abitanti nel paese di Pianosa erano 121, tutti originari dell'Elba. Il 9 aprile 1858 il granduca di Toscana Leopoldo II d'Austria istituì la "Colonia penale agricola della Pianosa" sul modello francese e tedesco, approvando l'invio sull'isola di dodici minori corrigendi provenienti dalle Murate di Firenze, cui vennero aggiunti in seguito condannati adulti per dare loro sostegno nei lavori pesanti. La prima Colonia agricola italiana.

L'istituzione carceraria si è conclusa nel 1998, con varie e alterne vicende tra cui la presenza di una diramazione speciale, Agrippa, finalizzata al 41 bis, previsto per i reati di mafia, in seguito alla strage di Falcone e Borsellino, e ora in una posizione di stand by per casi di emergenza. Alla sua esistenza si deve sicuramente l'integrità dell'ambiente naturale, specialmente di tutta la fascia costiera e dei fondali marini che per 150 anni sono rimasti, per motivi di sicurezza carceraria, inaccessibili e dunque in tatti: il carcere ha esercitato una forma involontaria di ambientalismo.

LA NATURA DELL'ISOLA è stata modificata nella parte interna dalla colonia penale agricola, che ha tra sformato zone boscate e ambienti mediterranei in vasti prati-pascolo per l'allevamento degli animali e la coltivazione del foraggio.

I coltivi, abbandonati con la dismissione della colonia penale, sono ora meravigliose praterie in cui la natura si riprende il suo, attraverso il ritmo delle fioriture stagionali che le trasforma in variopinte tavolozze, dal giallo della brassica, che si estende fino alle stradine di accesso ai campi, all'azzurro dei muscari, al viola dei cardi, ai tappeti di carota selvatica. Di grande interesse è la gariga nella zona sud-occidentale a macchia bassa di cisto, rosmarino, Thymelaea liirsuta, Lonicera etrusca, Dorycnium rectum, Teucrium, Reseda lutea, elicriso, che da solo occupa intere distese. Boschi di ginepro fenicio e rimboschimenti a pino d'Aleppo, con qualche leccio residuale, sono presenti soprattutto a ridosso della fascia costiera, che rappresenta l'ambiente naturale botanicamente più interessante. In un recentissimo studio a cura del professor Riccardo Baldini dell'Università di Firenze sono state censite 587 specie botaniche, di cui quattro endemiche. Esclusi vo di Pianosa è il Limonium planesiae. La ricchezza di fioriture è davvero eccezionale, in questo ambiente finora non segnato dal passaggio dell'uomo. Non si ve dono né terreno né roccia, ricoperti come sono da violacciocca di mare, Anthemis, Glaucium fiavum, Chrysanthemum coronarium, specie che spesso ricoprono i mucchi piaggiati di poseidonia, residui della prateria marina più integra del Mediterraneo.

Voli di gruccioni precedono la bicicletta e sul sentiero corrono saltellando coppie di pernici rosse e fagiani. Affacciati sul dirupo, il grido in volo del falco pellegrino, che giustamente non gradisce presenze estranee durante la cova, ci scaccia immediatamente. Il sentiero che passa per la torretta San Marco è da evitare accuratamente: luogo di nidificazione del gabbiano corso. Nel suggestivo edificio merlato del Marchese, ex convalescenziario del carcere, è collocato il presidio del WWF e del Centro ornitologico toscano, sotto la supervisione dell' Istituto nazionale per la fauna selvatica di Bologna che coordina il progetto di ricerca a livello internazionale sulla migrazione degli uccelli, tramite cattura con reti verticali e inanellamento.

Pianosa è una zattera di conchiglie, luminosa di terra e di mare, ricca d'acqua, la cui origine, per tradizione, si fa risalire ai ghiacciai della Corsica, un luogo di vitale importanza per la fauna migratoria che spesso, dopo aver attraversato il Sahara e il Mediterraneo, arriva stremata e vi trova luoghi umidi e pozze. Si auspica anzi un ritorno di zone coltivate perché gli uccelli possano rifornirsi durante la sosta.

MA QUALE DESTINO PER PIANOSA? Questo il problema. La sua disgrazia è il coacervo di competenze che su di essa gravano. 85.000 metri cubi di edificato, 960 ettari di terreno, 10 chilometri quadrati di superficie totale: di chi è l'isola? Il ministero delle Finanze ne rivendica la proprietà, in contrasto con il Comune di Campo nell'Elba, sotto la cui amministrazione l'isola ricade, che ha recentemente ricevuto in proprietà parte del territorio dalla Regione Toscana, con la liquidazione degli usi civici. Il Parco nazionale dell'Arcipelago toscano, cui è stata affidata l'area marina protetta con decreto ministeriale, è custode demaniale dell'isola: tutte le iniziative e i progetti devono essere approvati dal Parco e dal suo piano di sviluppo economico e sociale. Il Ministero di Grazia e Giustizia è proprietario e responsabile della manutenzione delle strutture carcerarie, e il Vaticano lo è delle Catacombe.

Mentre il sindaco di Campo nel l'Elba si dichiara a favore della tutela di Pianosa e contrario al pro getto di un aeroporto, il Parco lo contraddice svelando l'esistenza di una delibera comunale che prevede non solo l'aeroporto, ma anche la richiesta dello scorporo del paese di Pianosa dal Parco, e di uno stabilimento balneare in due spiagge non accessibili, nel "Piano spiagge" del Comune. Il Parco si era dichiarato favorevole al progetto di un'isola monacale gestita dai benedettini, mentre il Comune non trovò accettabile a suo tempo avere a carico le spese, a reddito zero. Di alto gradimento sembra per tutti l'idea del recupero delle strutture attraverso l'insediamento di un'azienda agricola biologica, mentre tutti sono contrari al ripristino del carcere speciale. A questo proposito il direttore del carcere di Porto Azzurro, cui è affidato il presidio di Pianosa, auspica un utilizzo sociale e rieducativo dell'isola attraverso il lavoro affidato a una trentina di carcerati in stato di fine detenzione o semilibertà.

Il Parco, preposto alla tutela dell'isola, la cui sorveglianza è affidata al Corpo forestale dello Stato e alle altre forze dell'ordine, intende allargare il numero chiuso dei visitatori al giorno, dai 100 attuali a 500, in base a uno studio di impatto "sostenibile". Ci chiediamo con preoccupazione se le scelte del Parco, pur riferite a un modello ideale di turismo responsabile e consapevole, non stiano scivolando, calamitate dal concetto di fruizione del bene naturale. Rinunciando a cogliere l'occasione di fa re di Pianosa un'isola prototipo, partendo dalla sua bellezza, un fenomeno eccezionale che le circo stanze hanno consegnato quasi in tatto alla nostra civiltà dell'orrore ambientale, un'isola da isolare come modello finalizzato alla ricerca scientifica e a cauti esperimenti che riguardano il rapporto natura-uomo. Che non sia veramente più possibile pensare la bellezza anche come valore etico, appagante e gratificante già per il fatto di sapere che esiste? Cinquecento persone al giorno significa scaricare un intero paese su un'isola delicatissima e fragile: e nella massa, quanti i turisti ambientalmente educati? "Dove sono i mafiosi?", capita di sentire dai gitanti che scendono dalla motonave.

ASSORTO E DEFILATO IN UNA ZONA INTERNA è racchiuso il cimitero dei cronici. Poche elementari croci di legno sono rimaste in piedi nel mesto hortus conclusus, i nomi ormai dilavati per sempre. Iris emigrate dai giardini, di un viola straordinariamente in tenso, sono fiorite qua e là nel camposanto e aleggiano come anime di chi fu, di cui si è persa memoria e storia. Detenuti seppelliti da altri detenuti, dimenticati dai parenti, non voluti nemmeno da morti. Sulla volta della cappella un detenuto-pittore ha dipinto un angelo che con il gesto della mano viene a liberare un canuto carcerato con la catena al piede in cui un anello si è spezzato. Il cielo annuvolandosi ha annerito la verde siepe di ginepro fenicio.

Un luogo mistico, un giardino dell'aldilà, una meditazione sul significato profondo della condizione umana, giusti e non, liberi e non. In questo luogo inviterei a meditare soprattutto chi ha la responsabilità del destino di quest'isola, e magari la conosce così così, al di là degli infidi e spesso irreversibili luoghi comuni sul turismo sostenibile e responsabile, gli interventi ecocompatibili, le bellezze da far conoscere a tutti i costi, i fondali da fotografare. Li inviterei a meditare seriamente: qui, nel silenzio dei cronici senza nome.

PICCOLA GUIDA

A Pianosa si arriva dall'Elba, partendo da Marina di Campo, soltanto con visite guidate tramite l'agenzia "Il Viottolo" (via Pietri 6, Marina di Campo, Elba) di Umberto Segnini che organizza l'escursione in giornata: il mezzo sicuramente più suggestivo per il percorso è la mountain bike. Umberto, che ha una grande esperienza naturalistica e passione, vorrebbe proporre la visita con diligenza e cavalli, al posto dell'attuale antiecologico pullman. Da quest'estate sono possibili anche escursioni in kayak. Per informazioni: tel. e fax 0565 978005; e-mail: ilviottolo@elbalink.it

L'Associazione per la Difesa dell'Isola di Pianosa (telefono 0586 854022, segretario) ha organizzato una bella mostra fotografica di carattere storico sull'isola, in un edificio dismesso.

Il sito del Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano è: www.isoleditoscana.it

Testo di Costanza Lunardi, foto di Attilio Giorgio Mutti

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