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L'INNALZAMENTO DEI MARI METTE A RISCHIO LE ISOLE

La Nazione 2 aprile 2001

L'innalzamento dei mari mette a rischio le isole
L'allarme dell'Ipcc al vertice dell'Aja: il pericolo dalle Maldive a Pianosa. E qualcuno ha già preso contromisure innalzando dighe

L'AJA (Olanda) - Attorno all'isola di Mahe, Maldive, è già stata costruita una diga di protezione contro le mareggiate, che sono sempre più forti e distruttive. Alcuni atolli sono già scomparsi e molti altri, specie nel Pacifico, scompariranno nei decenni a venire mentre sempre più barriere coralline sbiancheranno e moriranno. Ma il rischio interessa anche isole meno esotiche e a noi più vicine.

"Il cambiamento climatico e l'innalzamento dei mari - scrive l'Ipcc nel sul terzo rapporto - costituiscono una seria minaccia per i piccoli "stati isola" sparsi nel Pacifico, nell'oceano Indiano e nell'Atlantico, così come nei Caraibi e per le isole del Mediterraneo". A rischio in Italia ci sarebbero Pianosa e le formiche di Grosseto oltre alle isole che si trovano all'interno della laguna di Venezia (dove, secondo uno studio pubblicato dall'accademia dei Lincei, ci si attendono da 80 a 110 giorni di acqua alta superiore ad un metro). Eppure il chiarissimo terzo rapporto dell'Ipcc resterà celato all'opinione pubblica almeno fino alla primavera del 2001. L'impressione è che i governi non vogliano essere disturbati nella trattativa che in questi giorni all'Aja giunge ad una svolta cruciale dopo le molte parole spese dalla firma del protocollo di Kyoto del 1997, che fu criticato per la sua debolezza e invece giace ancora non ratificato e quindi ineffettivo nei cassetti dei diplomatici del clima.

Pubblicare carte delicate come quelle dell'Ipcc disturberebbe il tentativo in atto di chiudere purchessia un accordo che sia accettabile per tutti gli attori in gioco. Nonostante le fermissime prese di posizione dell'Unione Europea sembra essere questa l'intenzione del ministro dell'Ambiente olandese Pronk, che in quanto chairman della sesta conferenza delle parti della convezione quadro sul cambiamento climatico (COP6) in corso all'Aja da una settimana sta facendosi in quattro per trovare una intesa tra le posizioni degli USA e degli stati che a loro si richiamano, quelle dell'Unione Europea e quelle del gruppo G77/Cina che raccoglie gran parte del Terzo Mondo.

"Nella prima settimana di lavori - osserva Domenico Gaudioso dell'Anpa, membro della delegazione italiana - si sono fatti notevoli passi in avanti e si può dire che non c'è nessun punto sul quale le posizioni siano inconciliabili". Adesso toccherà ai ministri, che fino a venerdì tenteranno di sciogliere i nodi della trattativa riunendosi anche in un comitato ristretto di 30 membri che esclude la maggioranza dei paesi in via di sviluppo (che hanno vicemente protestato con Pronk). E tre sono i punti chiave: quello dei "pozzi di carbonio" (foreste e terreni agricoli), quello dei cosiddetti "meccanismi flessibili" e quello del meccanismo che dovrà verificare il rispetto deli impegni.

Gli Stati Uniti e il suo gruppo non sono affatto disponibili ad accettare impegni vincolanti che prevedano sanzioni, vorrebbero mano libera per i meccanismi flessibili e puntano a coprire almeno il 25% del loro obiettivo con la contabilizzazione di pratiche di management forestale e agricolo. Tentativi di accordo Usa-Europa sono in corso e potrebbero portare a sviluppi inattesi. Che però rischiano di essere poco graditi al popolo ecologista (Amici della Terra, Wwf, Greenpeace in testa) che con felice metafora ha circondato la sede della conferenza con una muraglia di sacchetti di sabbia anti-alluvione. E soprattutto rischiano portare alla ratifica di un protocollo di Kyoto depotenziato e così pieno di eccezioni e privo di sanzioni da riusultare tristemente inefficace allo scopo che si prefigge.

dall'inviato Alessandro Farruggia

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