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COMUNICAZIONI MARITTIME CON PIANOSA

Il Tirreno, 7 marzo 1997

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L'articolo sulla Navigazione Toscana, apparso sull'ultimo numero de "Lo Scoglio", ha suscitato in me una valanga di ricordi e mi ha fatto rivivere le emozioni che provavo, assieme agli altri isolani, all'arrivo del piroscafo a Pianosa. Ora io vorrei descrivere queste emozioni; poiché penso che possa interessare ai lettori, elbani e non, come si viveva, negli anni quaranta in un isola "chiusa" e quindi, benché facesse parte del comune di Campo nell'Elba, in un certo senso misteriosa.
L'arrivo del piroscafo era un avvenimento, forse il fatto più importante che capitasse nell'isola. Esso era il cordone ombelicale che ci legava all'isola madre, l'Elba e al continente.

Benché l'isola producesse alcuni prodotti alimentari, per noi l'arrivo o meno era questione di sopravvivenza. Oltre ai generi di prima necessità ci portava qualche viso nuovo, la posta, i settimanali (Domenica del Corriere, Guerin Sportivo, La settimana enigmistica ecc.); ma soprattutto, specialmente per noi bambini, la pellicola cinematografica. Già il giorno prima dell'arrivo eravamo tutti eccitati ed euforici. Ricordo che nel giorno fatidico mi svegliavo assai presto e la mattinata, ci fosse o no scuola, non passava mai. In estate ci preparavamo per tempo sulla spiaggia di Cala Giovanna da dove raggiungevamo la nave a nuoto, quando aveva già calata l'ancora; per goderci lo spettacolo del carico e scarico in prima fila... Nelle altre stagioni ci piazzavamo sotto Forte Teglia, ai bordi del campo sportivo, li davanti si sarebbe fermato il piroscafo. Vedevamo in lontananza il "fil di fumo", poi pian, piano si avvicinava fino a che non ce lo trovavamo li bello e maestoso (così pareva a me), si fermava, lanciava due fischi e poi gettava l'ancora, con rumore di ferraglia.

Intanto i detenuti, con poderose remate, portavano i barconi a fianco della nave: due più piccoli per le persone e tre più grandi per le merci. Quando i primi due, carichi di gente, ritornavano verso il porticciolo, noi dal campo sportivo correvamo verso lo stesso e ci mettevamo sulla piazzetta che lo sovrastava. Là c'erano già tutti o quasi: Il Direttore, i Vice, i Medici (fra i quali mio padre), il Maresciallo dei Carabinieri, il Cappellano don Giuseppe.... Ora erano i barconi che pian, piano si avvicinavano ai moli: quello piccolo per le persone quello grande per le merci.

All'imboccatura del porticciolo, dalla barca dei civili, partivano i primi saluti ed i primi commenti ad alta voce... I primi a scendere erano i detenuti, incatenati l'uno all'altro e scortati dai carabinieri che li accompagnavano sino all'Ufficio Matricola per la "consegna". Poi scendevano i nuovi arrivati, si capiva perché si guardavano attorno curiosi e spaesati, quindi quelli che erano stati lontani dall'isola per qualche tempo, chi per studio, chi per ferie e chi per altri motivi. Scambiati i convenevoli di rito con chi li aspettava, al seguito di questi si allontanavano, raccontando le ultime novità successe all'Elba od in continente. Le zone di accesso al porto e la piazzetta si svuotavano. Solo noi ragazzi, appoggiati alla balaustra, stavamo li finché tutte le merci non erano scaricate. I detenuti, sotto scorta delle guardie armate, tiravano su gli oggetti col paranco e li caricavano su carretti trainati da possenti cavalli da tiro di razza belga, di pelo fulvo e dai garretti poderosi. Anche tutto questo, per noi bambini, era uno spettacolo. Questo quando il mare era calmo o quasi, in caso di mare grosso tutto si complicava e l'attesa era ancora più trepidante.

Alle volte vedevamo il piroscafo avvicinarsi all'isola a fatica fra lo spumeggiare delle onde, rollando e beccheggiando riusciva si ad ancorarsi a Cala Giovanna; ma il bello,anzi il brutto veniva dopo; perché il problema era di far accostare i barconi alla nave. Alle volte ci riuscivano; ma l'imbarco e lo sbarco delle persone era faticoso e pericoloso: attendevano che l'onda portasse su la barca e quelli sotto alzavano il malcapitato, gridando '.'agguanta", e offrendolo ai marinai che sopra l'afferravano e lo traevano a bordo. Per chi doveva sbarcare l'operazione era inversa, sempre aspettavano che la barca fosse alzata dalle onde. Ma alle volte tutti i tentativi erano inutili, sotto gli sguardi ora trepidanti, ora speranzosi ed alla fine delusi di tutti o quasi gli isolani. Tentavano e ritentavano; ma alla fine dovevano desistere e la nave, sempre a fatica, ritornava da dove era venuta. E noi si ritornava a casa, mogi, mogi seguiti dagli adulti che discutevano animosamente fra loro...

Quando, dopo la guerra, l'isola era stata dotata di camions (i bei cavalli belgi erano stati sacrificati alla fame degli ultimi tempi della guerra), mi raccontarono che, se tutti i tentativi erano inutili a Cala Giovanna, facevano andare il piroscafo al Porto Romano (un'insenatura naturale e molto riparata usata al tempo dei Romani quale porto, da qui il nome) e trasportavano i barconi, che dovevano scaricare e caricare merci e persone, a bordo dei camions, fino a tale località.
L'ultimo piroscafo che io vidi a Pianosa fu nel gennaio del 1944, c'erano già i tedeschi, ma lo vidi solo arrivare; poiché appena gettata l'ancora fu bombardato e mitragliato e si incagliò, semidistrutto, davanti al molo grande. Con questo piroscafo finivano, per noi, i bei tempi: la guerra era arrivata anche a Pianosa. Sei mesi dopo, mio padre moriva sotto un bombardamento.

Lucio Fazzari

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